Sabato, Novembre 18, 2017

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Feritate Ferocior (Mostra)


In occasione della XIV settimana della cultura, dal 14 al 22 aprile 2012, l’associazione La Fara ha avuto il piacere e l’onore di allestire una piccola mostra finalizzata a permettere l’immersione in un ipotetico accampamento longobardo del 568 d. C., all’arrivo cioè dei primi  Longobardi a Cividale del Friuli.

Il nostro allestimento si proponeva come un’ immersione nell’atmosfera oltre che nella ricostruzione, offrendo a tale scopo tre piani di lettura:

 

1.      Quello dei pezzi riproducenti originali musealizzati

2.      Quello dei pezzi dedotti dalle fonti iconografiche e documentarie

3.      Quello dei pezzi ricostruiti sull’istanza sperimentale conseguente alla nostra attività di rievocatori “sul campo”

Volendo altresì restituire tale contesto anche sul web vi invitiamo ad una visita virtuale alla mostra tramite la fotogallery e per aiutarvi in questo percorso vi riportiamo di seguito alcuni dei pannelli esplicativi della mostra, altre informazioni sono reperibili nel sito.

 

Gli attendamenti



Non abbiamo riferimenti archeologici alle possibili tende che i Longobardi utilizzassero durante i loro movimenti migratori per questo, nel scegliere a quali rifarci per esigenze rievocative, abbiamo optato per le due tipologie pù probabili.

 

La tenda germanica

 

Genericamente utilizzata in ambito germanico fino all’epoca vichinga, questa tenda consta di uno scheletro ligneo che , insieme a numerosi tiranti, permette la realizzazione di una struttura auto portante sui cui tendere la copertura tessile. Alcuni ritrovamenti, sebbene più tardi, avvenuti in Norvegia hanno permesso di ottenere dei riferimenti visivi . Tre pali orizzontali fungono da vertici di un immaginario triangolo, divenendo perni in cui infilare altrettante travi forate. Riproducendo tale “triangolo” alle due estremità dei pali si ottiene la struttura base della tenda su cui vengono fissati dei tiranti in modo da bilanciare le spinte della struttura ed al disopra di essi la copertura in tessuto. Questa tipologia di tenda ha il grande vantaggio di essere facilmente eretta anche in contesti urbani o su superfici pietrose o di difficile perforazione, mentre il suo punto debole è  la necessità di poggiare su un piano più regolare possibile per non inclinare di conseguenza l’intero sistema, “stressando” le strutture e rischiandone la rottura.

 

 La tenda Sassone

 

Sappiamo dalle pagine di Paolo Diacono della presenza nell’exercitus longobardo di 20.000 unità sassoni, proseguite oltralpe a conquista avvenuta per il rifiuto di abbracciare i costumi longobardi. Abbiamo quindi supposto che le loro tecniche di “accampamento” potessero essersi diffuse anche nel contesto longobardo. L’esempio che potete osservare in questa sede si rifà alle numerose ricostruzione nord-europee e alle fonti iconografiche  rintracciabili. Su una struttura lignea  “a pi-greco” veniva posta la copertura tessile della tenda, due semplici pezze rettangolari per fronte e retro ed alcuni spicchi cuciti insieme a formare i lati curvi. Le estremità della tenda venivano tenute in tensione e fissate al suolo mediante l’uso di cordini e picchetti. Rispetto al primo tipo descritto questa tenda è vincolata all’esigenza di un terreno morbido, necessitando appunto di essere picchettata al suolo ma, grazie all’assenza di una base rigida, si dimostra anche più adattabile a significative condizioni di pendenza.

Salterio di Utrecht foll. 14v-15r, IX secolo.

 

Considerazioni generali

 

 Pur non potendo ritenere certo l’utilizzo di tali esemplari nel contesto migratorio e militare longobardo lo crediamo fortemente plausibile senza tuttavia negare possibili differenze e variazioni dettate da tempo e spazio rispetto agli originali d’ispirazione. Per completezza citiamo l’ultima potenziale tipologia di attendamento longobardo ovvero quella a pianta circolare, ispirata alle popolazioni delle steppe con cui i Longobardi erano venuti in contatto durante la permanenza in Pannonia. Abbiamo preferito non procedere alla ricostruzione di una simile soluzione ritenendola meno probabile in quanto caratteristica di popolazioni  fortemente nomadi (ricordiamo al contrario che la migrazione longobarda occupa interi secoli con lunghi periodi di stanzialità).

 

 N.B. Parliamo di “attendamenti” la questione abitativa stanziale esula quindi da quanto esposto

 

 

 

 

 

 

L’uomo

 

Il longobardo che vedete qui rappresentato era un Arimanno, un uomo libero in armi, analizziamone insieme gli attributi.

 

La tunica

 

I vestiti erano ampi, fatti soprattutto di lino, come sono soliti portarli gli Anglosassoni, ornati di liste piuttosto larghe intessute di vari colori” H.L. IV.22

Il tessuto della tunica è lino e lino misto canapa. I motivi decorativi che lo caratterizzano sono stati dedotti  dal cosiddetto piatto del Tesoretto di Isola Rizza, ritrovato a metà dell’800 e raffigurante, tra gli altri, un guerriero riverso a terra con dovizia di particolari. La critica negli anni ha datato il piatto come opera appartenente o immediatamente precedente al periodo longobardo . Al momento le ultime letture lo vorrebbero di pochi decenni antecedente al’arrivo dei Longobardi in Italia. In tale lettura il guerriero a cavallo apparterrebbe all’esercito bizantino (forse ai tempi della guerra greco-gotica) mentre le due figure barbariche parrebbero identificabili genericamente come barbari germani orientali, definizione che ci permette quindi di prenderli a spunto anche per le vesti longobarde.

 

La cintura

  La cintura esposta sul manichino rappresenta una delle possibili ricostruzioni di tale accessorio, ideata in base al numero ed alla posizione delle parti metalliche a noi pervenute (fibbie, puntali e borchie). Un’altra versione, ricostruita separatamente, è osservabile in esposizione. Le parti metalliche che la compongono sono riproduzioni fedeli degli elementi emersi dagli scavi di Castel Trosino (ascoli piceno)

 

Le Braghe

 

Sappiamo, sempre da Paolo Diacono, che i Longobardi indossavano braghe delle quali non abbiamo però riferimenti iconografici precisi. Per tale motivo abbiamo qui optato per una struttura semplice e lineare e un colore facilmente ottenibile.

 

Le Fasce

 

Essi ( i longobardi), poiché coprivano di piccole fasce bianche la parte terminale delle gambe […]” H.L. I.23

Le fasce bianche sino alle ginocchia erano una caratteristica che definiva etnicamente il costume longobardo dei primi secoli (più tardi decadrà lasciando spazio a brache rosse e uose, un tipo di ghette). Nelle nostre rievocazioni abbiamo sperimentato come la fasciatura non potesse che essere fin sotto il ginocchio per appoggiarsi alla naturale curva del polpaccio e rimanere così salde e sicure anche per periodi di tempo piuttosto lunghi

 

Le Scarpe

 

Portavano calzari aperti fino all’alluce e fermati da lacci di cuoio intrecciati” H.L. IV.22

Paolo riporta l’uso di scarpe aperte fino all’alluce di cui però non conosciamo reperti superstiti. Abbiamo optato per la tipologia esposta, diffusa in tutta Europa sin dall’età del ferro e largamente documentata nelle torbiere del nord europa anche nell’arco temporale qui ricostruito.

 

Lo Scramasax

Lo scramasax era l’arma che identificava l’uomo libero. Consisteva in  una lunga lama ad un filo solo che noi qui mostriamo foderata in legno, con motivi tratti dagli stili decorativi altomedievali. Abbiamo optato per un elsa in legno pieno fissata a caldo e cioè portando il codolo della lama a rosso in fucina. Va detto che esistono ritrovamenti tanto di scramasax con il codolo appuntito

e compatibili con tale ricostruzione, quanto di altri con un piccolo pomolo bronzeo a tronco di piramide in cui la parte terminale del codolo veniva ribattuta.

 

Lo Scudo

 

L’arma di difesa per eccellenza poteva essere anche un efficace arma di offesa grazie all’impugnatura “a maniglia” che non lo legava al braccio del guerriero, rendendolo così particolarmente agile nell’uso. Questa ricostruzione mostra sia  l’ipotesi di scudi con curvatura (dedotta da alcune della parti metalliche sopravvissute) sia quella di uno scudo piatto.

 

La Spatha

La spatha era una spada lunga, (con terminologie successive la definiremmo “ad una mano”), utile tanto a cavallo che appiedati se armati di scudo. Veniva affilata su entrambi i lati e sulla sua realizzazione tecnica vi inviamo al pannello esplicativo della fucina. L’esempio esposto riproduce un esemplare molto ricco e detto ad “anello fisso”, dai due anelli visibili sul pomolo, la cui funzione è ancora oggetto di discussione

 

La Lancia

 

La lancia era l’arma più simbolicamente legata alla regalità oltre  (e forse non casualmente) che alla figura di Godan, la principale divinità dell’originale Pantheon Longobardo. Qui potete osservare la riproduzione della cosiddetta tipologia “a foglia”, ma erano possibili considerevoli varietà esecutive.

H.L.= Historia Longobardorum

La donna

Le fonti scritte tacciono riguardo l’abito femminile e anche gli scarni materiali iconografici dell’epoca prediligono i soggetti maschili. Per tale motivo nell’approcciarci alla realizzazione del modello esposto abbiamo optato per una variante più lunga ed ampia della tunica maschile. La scelta dei motivi decorativi si è ispirata, semplificandoli, agli stilemi tipici del decorativismo

altomedievale germanico, con particolare attenzione ad alcuni puntali di cintura. Proseguendo sempre per analogia dal modello maschile abbiamo fornito alla nostra “longobarda” scarpe in cuoio leggero aperte fino all’alluce, ma alla cintura e ai suoi lunghi pendagli abbiamo sospeso numerose riproduzioni dei pezzi di corredo attestati dai ritrovamenti archeologici

 

Il Pettine

 

Riprodotto in  materiale povero (legno) si ispira alle  fattezze e al motivo decorativo (sebbene semplificato) dell’esemplare emerso dagli scavi della Tomba 27 di  Santo Stefano “in pertica” presso Cividale.

 

Il Coltellino

 

Non direttamente ispirato ad uno specifico ritrovamento , la tipologia di piccola lama ad un unico filo è frequentemente attestata nelle tombe femminili. Il modello esposto è tra l’altro caratterizzato da una pregevole lavorazione damaschinata.

 

Le Fibule

Frequenti nelle tombe femminili e diverse per motivi e tipologie le fibule a staffa venivano portate dalle donne longobarde appese a strisce di cuoio o tessuto pendenti dalla cintura principale. Il museo Archeologico Nazionale di Cividale ne conserva di differenti tipologie e  periodi e da una di queste la nostra Associazione ha tratto ispirazione per il proprio logo: la testa canina

che potete vedere sia rappresentata sulla locandina della mostra che in stampa sul primo e l’ultimo dei pannelli espositivi.

 

La Borsa/Sacchetto porta amuleti

 

Di forma singolare ed ancor piu’ nella chiusura, qui possiamo vederla riprodotta in base a quanto deducibile dai ritrovamenti della necropoli cividalese di San Giovanni. L’originale tappo in osso è al momento sostituito in questa riproduzione da un coperchio illustrativo in sughero

 

Le Cesoie

Le forbici appartenenti a questa tipologia sfruttavano l’elasticità del metallo per permettere il reciproco avvicinarsi delle lame. Non quindi prevista la presenza di un perno fra le due lame, ma un pezzo unico piegato poi nella parte non affilata. Tale soluzione permetteva tra l’altro un veloce movimento di taglio, visto il riposizionarsi autonomo delle lame non appena queste

queste venivano sottratte alla stretta della mano. Numerosi esemplari sono stati rinvenuti, ad esempio, nella necropoli cividalese del colle di San Mauro.

 

La Fucina

 

Nella fucina, luogo tanto fisico quanto simbolico, il fabbro plasmava la materia grezza e ne traeva utensili, armi e oggetti a seconda delle necessità e delle sue capacità.

Il modello che qui vi presentiamo è stato realizzato tenendo a mente l’ipotesi di un uso itinerante della fucina stessa e consta di un piano di fuoco quadrato, all’interno del quale avveniva la combustione vera e propria del carbone di legna e di conseguenza il riscaldamento del metallo da lavorarsi.

L’accensione , secondo le nostre sperimentazioni, doveva avvenire in un primo momento tramite schegge di legno piuttosto sottili e corte (5-8 cm), adeguatamente secche, in modo da permettere un primo riscaldamento della superficie e la creazione di un sottile strato di braci.

Al disopra di questo veniva poi posizionato Il carbone, sminuzzato in frammenti dalle dimensioni irregolari ma tendenzialmente non superiori ai 5 cm. Tale pezzatura si è rivelata durante l’uso della fucina la migliore in termini di resa termica, consumo del combustibile e percepibilità del calore raggiunto.

 

Una piccola parentesi sul carbone: nei secoli di cui ci interessiamo il carbone era  carbone di legna, realizzato quindi a partire da essenze vegetali che, una volta poste in un atmosfera priva o povera di ossigeno e sottoposte a combustione senza fiamma, ne uscivano modificate nell’aspetto e con un accresciuto potere calorico. Essenze diverse fornivano prestazioni differenti e stava alla perizia dell’artigiano sapere di quali servirsi.

 

A questo punto il fuoco starebbe rosseggiando nella fucina, ma un’ aerazione naturale non permetterebbe il raggiungimento delle temperature necessarie alla lavorazione del ferro. A questo scopo entrano in gioco i mantici,  grandi sacchi di pelle chiusi dentro un armatura lignea. Questi, azionati per mezzo di forza muscolare,  pompavano regolarmente aria all’interno della zona di fuoco. Ne sono presenti due al fine di permettere un flusso continuativo dell’ossigeno e quindi un innalzamento regolare della temperatura. Dobbiamo immaginarli azionati ritmicamente e con un moto alternato.

 

Quando l’occhio esperto del fabbro avesse individuato nel colore del metallo la temperatura adatta, munito di pinze l’avrebbe estratto dal fuoco, posto sull’incudine e lavorato per percussione.

 

La metallurgia del periodo della migrazioni raggiunse spesso vette tecniche elevatissime, in particolar modo nei campi dell’oreficeria e nella realizzazione delle lame per Scramasax e Spade. In questo ultimo caso appare chiaramente la perizia e bravura dei fabbri germanici, in grado di fornire al contempo durezza ed elasticità alle loro lame unendo assieme acciai che oggi definiremmo più o meno ricchi di carbonio. La presenza del tipico motivo ad onde nella parte centrale delle lame  è una peculiarità ancora visibile in diverse lame giunte fino a noi. Essa deriva dalla formazione della parte interessata tramite  saldatura di più barre di ferro a diversa durezza che venivano  ritorte insieme e poi appiattite. Si otteneva così  un’ anima in grado di assorbire gli urti e sul cui perimetro veniva fissato un successivo strato,  più duro  ed adatto all’affilatura.